lunedì 1 novembre 2010

La Incarnazione non fu soltanto l'opera di Dio, ma anche l'opera della volontà e della fede della Vergine. Senza il consenso della Purissima, senza il concorso della sua fede, quel disegno era altrettanto irrealizzabile che senza l'intervento delle Tre Persone divine. Dio la prende per Madre e prende da lei la carne che lei stessa vuole donargli. Come s'incarnava volontariamente,così voleva che sua Madre lo generasse liberamente e col suo pieno consenso.
N. Cabasilas, Omelia sull'Annunciazione.

sabato 23 ottobre 2010


Il mio sogno

venerdì 22 ottobre 2010

Chiedo scusa

Chiedo scusa a tutti coloro che nell'estate hanno visitato il mio blog, purtroppo il lavoro mi ha tenuto lontano, ho provato a dipingere ma non ce l'ho fatta. Non si scrive un'icona per passare il tempo o per rilassarsi, è altro e se la mente è lontana è meglio evitare. Spero che con la , relativa, calma dell'inverno io possa rientrare nel mio mondo, con i miei adorati pennelli, e sopratutto con il Suo volto da contemplare. Di nuovo scusa, e spero, a presto. Giancarlo

venerdì 10 settembre 2010

Ho bisogno di te

Sapienza 9
1 «Dio dei padri e Signore di misericordia,
che tutto hai creato con la tua parola,
2 che con la tua sapienza hai formato l'uomo,
perché domini sulle creature fatte da te,
3 e governi il mondo con santità e giustizia
e pronunzi giudizi con animo retto,
4 dammi la sapienza, che siede in trono accanto a te
e non mi escludere dal numero dei tuoi figli,
5 perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella,
uomo debole e di vita breve,
incapace di comprendere la giustizia e le leggi.
6 Se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini,
mancandogli la tua sapienza, sarebbe stimato un nulla.
7 Tu mi hai prescelto come re del tuo popolo
e giudice dei tuoi figli e delle tue figlie;
8 mi hai detto di costruirti un tempio sul tuo santo monte,
un altare nella città della tua dimora,
un'imitazione della tenda santa
che ti eri preparata fin da principio.
9 Con te è la sapienza che conosce le tue opere,
che era presente quando creavi il mondo;
essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi
e ciò che è conforme ai tuoi decreti.
10 Inviala dai cieli santi,
mandala dal tuo trono glorioso,
perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica
e io sappia ciò che ti è gradito.
11 Essa infatti tutto conosce e tutto comprende,
e mi guiderà prudentemente nelle mie azioni
e mi proteggerà con la sua gloria.
12 Così le mie opere ti saranno gradite;
io giudicherò con equità il tuo popolo
e sarò degno del trono di mio padre.
13 Quale uomo può conoscere il volere di Dio?
Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?
14 I ragionamenti dei mortali sono timidi
e incerte le nostre riflessioni,
15 perché un corpo corruttibile appesantisce l'anima
e la tenda d'argilla grava la mente dai molti pensieri.
16 A stento ci raffiguriamo le cose terrestri,
scopriamo con fatica quelle a portata di mano;
ma chi può rintracciare le cose del cielo?
17 Chi ha conosciuto il tuo pensiero,
se tu non gli hai concesso la sapienza
e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall'alto?
18 Così furono raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra;
gli uomini furono ammaestrati in ciò che ti è gradito;
essi furono salvati per mezzo della sapienza».

martedì 8 giugno 2010


Finita!

domenica 6 giugno 2010


Si comincia a vedere qualcosa, ripreso i pennelli dopo dieci giorni.

lunedì 24 maggio 2010


Lentissima, la scrittura del S.Antonio va avanti, quando riesco a prendere i pennelli tutto scompare.
So pregare solo così e ringrazio il Signore per questo dono.

venerdì 21 maggio 2010

Statua di san Bernardino da Siena


L'Aquila, Basilica di San Bernardino da Siena.

mercoledì 19 maggio 2010

Una recente ricerca sull'iconografia del Credo in Italia

di Michael John Zielinski

Come si può rilevare dagli Atti degli apostoli il primo annuncio cristiano è costituito dalla proclamazione di un avvenimento: la passione, morte e risurrezione di Gesù, l'evento pasquale di cui gli Apostoli sono testimoni; questo annuncio originario assumerà il nome di kèrygma, termine che diverrà sinonimo della stessa predicazione del mistero cristiano.
I testi del Nuovo Testamento documentano come la predicazione apostolica si fonderà e si compirà proprio a partire da questo "nucleo", a cui via via si aggiungeranno arricchimenti, in un ininterrotto processo di trasmissione ecclesiale.
Lo studio fondamentale di John Norman Davidson Kelly mostra che partendo da formulazioni di fede originarie - che si ritrovano anche in vari testi del Nuovo Testamento - e passando attraverso quelli che possiamo chiamare "frammenti di Credo", la Chiesa giungerà progressivamente a formulazioni sintetiche della fede cristiana, quelle che denominiamo Credo o Simbolo della fede.
Non sorprende pertanto che uno dei primi usi cristiani del Simbolo sia da individuarsi nella confessione di fede battesimale, per cui si passerà (in Occidente) dalle interrogazioni battesimali ai Credo dichiaratori. Esiste un legame evidente fra il Simbolo e l'iniziazione cristiana; per cui è del tutto normale che la catechesi prebattesimale abbia come elemento fondamentale l'istruzione sul Simbolo (unitamente al Padre nostro), segnata anche dai riti della
Traditio eRedditio Symboli. Come afferma Bernard Sesboüé si può parlare, nel caso dei Simboli, di una "funzione confessante" e di una "funzione dottrinale".
Fra le varie professioni di fede, l'antico Simbolo romano - che si rifà alla triplice interrogazione battesimale e il cui nucleo primitivo pare risalire al iii secolo - anche attraverso un processo di progressiva stabilizzazione del testo (conclusa attorno all'viii secolo, con il cosiddetto
Textus receptus), ha conosciuto una particolare fortuna e diffusione, assumendo poi il nome di Credo degli apostoli. Non va dimenticato inoltre che, per lungo tempo, si è ritenuta questa professione di fede come composta direttamente dagli apostoli, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, come sostenuto da alcuni Padri della Chiesa e in particolare riportato in due sermoni pseudoagostiniani (240 e 241).
In epoca medievale si è prestata un'attenzione tutta particolare, nell'istruzione dei fedeli, a quello che si può chiamare compendio della fede, come anche Benedetto xvi definisce il Simbolo apostolico (cfr. l'Omelia alla Spianata dell'Islinger Feld a Regensburg, il 12 settembre 2006). Questo Credo fu oggetto di catechesi durante la predicazione domenicale, che rappresentava la principale occasione di istruzione del popolo di Dio; e molti fra i grandi predicatori degli ordini mendicanti ne fecero oggetto di spiegazione ai fedeli.

Dobbiamo quindi parlare di una lunga e ininterrotta
Traditio Ecclesiae, riguardante il Credo. Ne consegue che non ci si debba meravigliare che tutti i linguaggi siano stati coinvolti in questa trasmissione, non ultimo quello delle immagini, in particolare a partire dal xii secolo e con una sorprendente ricchezza e abbondanza nei secoli xiv e xv.
Nel caso del Credo infatti, soprattutto in epoca medievale, si assiste a una sorta di convergenza fra fede, arte, predicazione e cultura.

L'iconografia del Credo, studiata prevalentemente sul territorio europeo presenta come raffigurazione più frequente quella dei dodici apostoli con i dodici versetti del Simbolo Apostolico, secondo quanto riportato nei citati sermoni dello Pseudo-Agostino. L'ordine nel quale si trovano i Dodici è normalmente quello presente nel Canone Romano della liturgia eucaristica.

A volte si assiste (soprattutto nel xv secolo) anche all'abbinamento con dodici profeti, corredati di versetti biblici pertinenti, in quello che viene chiamato Credo profetico, quale prefigurazione del Simbolo. In questo caso la scelta dei profeti e dei versetti biblici presenta notevoli variazioni.

Gli studi iconografici più completi riguardano l'attuale Francia, la Germania e la Polonia. In Italia gli studiosi hanno prestato attenzione ad alcuni cicli particolarmente significativi, senza tuttavia produrre un'indagine di tipo più generale. Questo ha condotto la comunità scientifica a ritenere che tale tema iconografico sia poco presente sul territorio italiano.
Una recente ricerca, condotta dal sacerdote bolognese Roberto Mastacchi su tutto il territorio italiano nell'arco di due anni, ha permesso di mappare (seppure in modo non esaustivo) la situazione italiana. I primi risultati della ricerca, sviluppata nell'ambito del progetto "Catechesi attraverso l'arte" dell'Istituto Veritatis Splendor di Bologna, sono stati pubblicati in un saggio del 2007 (Il Credo nell'arte cristiana italiana,
Cantagalli), con la prefazione di Timothy Verdon e la postfazione di Ryszard Knapiñski. L'indagine ha permesso di individuare la presenza di oltre cento opere sul territorio italiano, di vario genere artistico e con prevalenza della tipologia iconografica che associa i Dodici ai singoli versetti del Credo apostolico. Non mancano tuttavia cicli tipologici e straordinari esempi di raffigurazione scenica (o narrativa) del Credo, con una sorprendente concentrazione nella città di Siena, che risulta come la situazione più ricca e multiforme dell'intera penisola; è da sottolineare, fra l'altro, che solo nella città toscana si trova raffigurato il Credo Niceno-Costantinopolitano.
La maggioranza dei cicli è presente nel nord-ovest dell'Italia e in Toscana, e risale prevalentemente ai secoli xiv e xv.

In un secondo saggio introdotto da una prefazione di Luigi Negri e intitolato Il kèrygma cristiano nell'iconografia del Credo in Italia (Cantagalli, Siena, 2008, pagine 168, euro 18), Mastacchi ha concentrato la sua attenzione sugli articoli kerygmatici dei cicli riguardanti il Credo e individuati sul territorio italiano. Si tratta di una sorta di cammino a ritroso nella genesi delle professioni di fede; un modo per evidenziare ancora più chiaramente il legame esistente fra l'annuncio originario dell'avvenimento cristiano e lo sviluppo dottrinale e confessionale che ne è seguito, da collocarsi all'interno della vita liturgica della Chiesa.
L'analisi di questi articoli (il iv e v nel Simbolo degli Apostoli) ha evidenziato una certa regolarità - conforme a quanto osservato anche in altri Paesi europei - nell'abbinamento fra il singolo apostolo e il relativo versetto: nella maggioranza dei casi Giovanni (e in un numero inferiore di casi Giacomo maggiore) è posto in relazione alla passione, morte e sepoltura, mentre quasi sempre la discesa agli inferi e la risurrezione di Cristo sono abbinati a Tommaso. Le variazioni osservate sembrano essere dovute a errori, oppure da mettersi in relazione ai committenti delle opere oppure a modelli cui gli artisti si sono ispirati.

Nel caso dell'iconografia cosiddetta tipologica, agli apostoli citati sono quasi sempre abbinati rispettivamente il profeta Zaccaria con il testo
et adspicient ad me quem confixerunt (Zaccaria, 12, 10b) e il profeta Osea, con il versetto O mors, ero mors tua, morsus tuus ero inferne (Osea, 13, 14); si tratta di un classico esempio di concordantia, assai frequente in epoca medievale.
Ma la parte certamente più affascinante è quella relativa alla "narrazione" degli articoli del Credo; l'analisi dello straordinario ciclo della Pieve di Feletto e delle varie opere presenti nella città di Siena - le tavolette di Benedetto di Bindo, gli affreschi in Santa Maria della Scala e nelle volte del Battistero del Duomo, il meraviglioso coro ligneo della Cappella del Palazzo Pubblico - rappresentano una vera e propria catechesi per immagini. Timothy Verdon, che lavora per recuperare la via delle immagini sacre come via per l'incontro con Cristo, ha definito il ciclo del Battistero di Siena come "il più mirabile documento catechistico del Quattrocento".

Mastacchi prende in esame buona parte dei cicli, cercando di evidenziarne il messaggio catechetico e prestando attenzione anche alla loro collocazione; quest'ultimo aspetto risulta essere assai rilevante per cogliere il legame esistente fra la celebrazione liturgica (l'evento), il messaggio relativo ai contenuti della fede (la dottrina) e il valore culturale (l'arte) delle singole opere. L'autore del saggio non pretende di spingersi in analisi prettamente storiche o stilistiche delle singole opere, bensì si propone di collocarle nel contesto vitale delle comunità di fede dalle quali sono nate e alle quali sono destinate; e questo non come qualcosa che riguarda il passato, ma come un prezioso patrimonio e un linguaggio perennemente valido per i cristiani di ogni epoca storica.

La ricerca, di cui i due saggi citati raccolgono i risultati, non prende in esame i manoscritti e le stampe, che pure hanno avuto grande importanza nello sviluppo di questo particolare tema iconografico. Ci auguriamo pertanto che l'indagine possa essere ampliata e arricchita anche in questo senso, per fornire un quadro ancora più completo della situazione italiana, che presenta ancora ampi margini di studio rispetto ad altri Paesi europei. Nel presentare il
Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, il cardinale Joseph Ratzinger, sottolineava come una delle tre caratteristiche principali del testo era "l'utilizzo delle immagini nella catechesi". E, fra l'altro, scriveva: "Dalla secolare tradizione conciliare apprendiamo che anche l'immagine è predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza. È un indizio questo, di come oggi più che mai, nella civiltà dell'immagine, l'immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola".
Proprio il tema iconografico del Credo deve essere oggetto di una rinnovata attenzione da parte degli studiosi. Il repertorio che oggi abbiamo fra le mani apre numerose possibilità di studio e approfondimento, e stimola a una rinnovata trasmissione della fede a partire dalle tante opere artistiche presenti nelle chiese del territorio italiano. È l'espressione del desiderio, o meglio della necessità, che tutti i credenti hanno di abitare la bellezza della fede.

(©L'Osservatore Romano - 5 settembre 2008)

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venerdì 7 maggio 2010

Icona su pietra


Era da tanto che cercavo una pietra adatta, stamani nel bosco l'ho vista, è lei. Ora devo stuccarla, poi gessarla, scriverla e studiare un supporto che la regga, pesa qualche chilo.
Data la forma è da studiare anche il soggetto, verticale od orizzontale? Si accettano, anzi sono graditi, suggerimenti.

domenica 2 maggio 2010

Al lavoro!


Come sottofondo ho messo Cecilia Bartoli , una voce stupenda, in questo momento sta cantando Casta Diva. Anche un giorno di pioggia può essere bello.

Riccardo Muti in armonia con Ratzinger

Il maestro confessa la sua ammirazione per il Pontefice che ha fatto della bellezza, della musica e del recupero della sacralità nella liturgia la cifra del suo pontificato. «È un grande dono per l’umanità e per la Chiesa all’inizio del terzo millennio avere un Papa che rivendica spazio e rispetto nella Chiesa e nella società civile» per la musica, «quest’alta espressione umana», scrive Muti nella prefazioneal libro Lodate Dio con arte (Marcianum Press, pagg. 270, euro 24, in uscita a metà maggio) che raccoglie per la prima volta tutti gli scritti e gli interventi di Joseph Ratzinger dedicati alla musica. «Cantare è quasi un volare – confidava il Papa in occasione di un concerto dei Domspatzen – un sollevarsi verso Dio, un anticipare in qualche modo il canto dell’eternità».

Muti sostiene Benedetto XVI che intende risollevare le sorti della musica liturgica: «Ha ragione il Papa quando in più circostanze lamenta il basso livello della musica da consumo, in particolare della musica e dei canti eseguiti nelle chiese in questi ultimi decenni soprattutto da noi in Italia. Ma la causa è l’inadeguatezza dell’educazione musicale. Quello che si fa nelle scuole è troppo poco e le attività alternative o sussidiarie sono solo per pochi fortunati. Nelle parrocchie, poi, almeno in Italia, l’educazione al canto dei cristiani penso sia una delle ultime preoccupazioni pastorali dei nostri parroci e forse anche dei vescovi». Il maestro, a partire dalle pagine di Ratzinger, auspica la rinascita dell’educazione musicale.

«Sono davvero grato al Papa – scrive – per aver riportato al giusto posto, l’attenzione alla musica dentro e fuori della Chiesa, ponendola semplicemente come fattore essenziale nella vita degli uomini. I suoi studi sono illuminanti soprattutto per la musica sacra. Sgombrano il terreno da equivoci e fondamentalismi pro e contro, che in questi anni hanno creato scontro piuttosto che dialogo e ricerca comune per il bene della Chiesa e della sua liturgia. Rendono ragione del disagio che tanti provano andando a Messa. Ma fanno anche sperare in una ripresa dell’arte musicale che faccia un buon servizio alla liturgia e alla vita del nostro mondo».

Tra i brani più significativi citati nel libro, c’è quello in cui Benedetto XVI, riflettendo sul fondamento teologico della musica sacra, afferma: «Se la Chiesa deve trasformare, migliorare, “umanizzare” il mondo, come può far ciò e rinunciare nel contempo alla bellezza, che è tutt’uno con l’amore ed è con esso la vera consolazione, il massimo accostamento possibile al mondo della resurrezione? La Chiesa dev’essere ambiziosa; dev’essere una casa del bello, deve guidare la lotta per la “spiritualizzazione”, senza la quale il mondo diventa il “primo girone dell’inferno”. Si cerchi pure ciò che è adatto alla liturgia e alla partecipazione dei fedeli, ma si faccia di tutto perché ciò che è adatto sia anche bello e degno della più importante azione ecclesiale in cui viene usato». «Giustamente una Chiesa che faccia soltanto “musica d’uso” cade nell’inutile e diviene essa stessa inutile», afferma ancora il Papa. La Chiesa «dev’essere luogo della “gloria” e così anche luogo in cui i lamenti dell’umanità sono portati all’orecchio di Dio (...) deve destare la voce del cosmo glorificando il Creatore e rendere il cosmo stesso glorioso, e quindi bello, abitabile, amabile». Quasi un distillato dell’approccio del Papa alla musica sacra e più in generale alla liturgia.

© Copyright Il Giornale, 29 aprile 2010

lunedì 26 aprile 2010


Immergersi come Gerolamo nella Scrittura è l'unica soluzione, stanotte, aiutato dalle riflessioni di Carlo Maria Martini cercherò di uscire da questo mio stato. Oggi per un'ora ho dipinto, poi la tristezza ha preso il sopravvento, cercherò aiuto nella notte, da molti anni una cara amica.

mercoledì 21 aprile 2010

Cosa fare

Nei testi dei padri si legge che l'icona mostra i sentimenti e lo stato d'animo di chi l'ha scritta, sono circa venti giorni che non tocco i pennelli, sono bloccato dai miei problemi personali, il lavoro a rischio e gli stipendi che non arrivano.
Non so cosa fare, ho in cantiere icone che mi sono state richieste da persone alle quali voglio bene, ho paura che trasmettano il mio stato d'animo. Cerco di estraniarmi, di concentrarmi sulla tavola ma non ci riesco, a voi ,amici ,che leggete queste mie modeste pagine chiedo aiuto, consigliatemi, dipingo a aspetto momenti migliori?
Scusate questo mio sfogo ma è un problema serio che mi fa star male, mi rilasso nel bosco a tirare con l'arco, ma quello è solo un hobby, l'icona è la mia vita.
Vi abbraccio,
Giancarlo

giovedì 8 aprile 2010

Come può un artista raffigurare la Risurrezione Fede nell'invisibile di Timothy Verdon

Il Nuovo Testamento non descrive la Risurrezione di Cristo, se non nei termini apofatici usati dai sinottici per l'annuncio alle donne recatesi al suo sepolcro, a cui viene detto semplicemente: "Non è qui. È risorto" (Matteo, 28, 6; cfr. Marco, 16, 6; Luca, 24, 6). Non sorprende perciò che la più antica modalità iconografica del soggetto riproduca il senso di questa "non-descrizione": è la cosiddetta visitatio sepulchri, la visita delle pie donne al sepolcro vuoto, già standard nel v-vi secolo e ancora in uso alla fine del medioevo. Un celebre avorio paleocristiano abbina poi la visitatio sepulchri all'ascensione di Cristo, che nel vangelo di Marco viene raccontata come se fosse infatti succeduta poco dopo la Risurrezione; l'avorio include il curioso particolare di Pietro, Giacomo e Giovanni addormentatisi sul pendio del colle che Cristo ascende con l'aiuto del Padre, la cui mano emerge dal cielo. Il senso sembra essere che la gloria rivelata a questi tre nella trasfigurazione si realizza definitivamente solo nella Risurrezione-ascensione del Salvatore.
Dal Trecento al Cinquecento sarà d'uso raffigurare l'uscita fisica di Cristo dalla tomba, un evento che gli artisti immaginano in modi assai diversi: come frettolosa fuga, sereno superamento, sofferto arrivo, dolce ascesa o esplosione d'energia vitale. Questa nuova plasticità nell'interpretazione del tema è dovuta, almeno in parte, all'influsso del coevo teatro sacro, che per la scena della Risurrezione prevedeva l'uscita da sotto il palco, per via di una botola o secret, dell'attore che faceva la parte di Cristo. In altre occasioni, altre macchine sceniche venivano usate per l'ascensione di Cristo, e Giovanni Bellini (come Donatello prima e Matthias Grunewald dopo) sembra alludere a questo effetto davvero "speciale", che permetteva al popolo di vedere Cristo salire verso l'alto.
Il rapporto del dramma sacro con l'iconografia della Risurrezione va meditato. La scenografia dello spettacolo medievale a volte sembra plasmata dalle immagini, ma a volte sembra plasmarle essa stessa; ha un'autorità propria, come le immagini nasce dalla Scrittura ma anche, in un certo senso, nella Scrittura, che - nonostante l'accennato aniconismo - circonda il racconto della Risurrezione d'un clima scenico. Dopo aver narrato la morte e sepoltura di Gesù, per esempio, Marco dice che: " Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: "Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?" Ma guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito di una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: "Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro, che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto". Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura" (Marco, 16, 1-8).
Oltre all'inerente drammaticità, questo testo è anche carico d'elementi teatrali: ha un elenco dettagliato dei personaggi, specifica il luogo e il tempo precisi, è fornito di movente, dialogo, sviluppo dell'azione. Culmina nell'annuncio inatteso che il Gesù cercato dalle donne "è risorto, non è qui" - è il momento illustrato nella celebre tavola di Duccio di Buoninsegna, parte della Maestà da lui eseguita per il Duomo di Siena tra il 1308 e il 1311 - e si apre poi alla scena seguente, con l'ordine di andare a dire agli altri che Gesù li precede in Galilea e che lo vedranno là. Il testo conclude in un'atmosfera di sacro terrore: le donne tacciono, tremano, fuggono: rimane solo il silenzio e la scena deserta, illuminata dal sole ormai alto del nuovo "giorno dopo il sabato".
A questa più antica e semplice testimonianza della visita al sepolcro, in san Marco, gli altri vangeli sinottici aggiungono dettagli spettacolari. In Matteo la terra è scossa, e il "giovane" diventa un angelo sceso dal cielo, seduto sulla pietra che celava la tomba. "Il suo aspetto era come il folgore - si legge - e il suo vestito bianco come la neve" (Matteo, 28, 1-10). Nel vangelo di Luca, le donne sono due, non tre, ma vedono "due uomini, in vesti sfolgoranti" (Luca, 24, 1-12). In san Giovanni invece, viene descritto un momento intensamente personale: al sepolcro va solo la Maddalena e, dapprima almeno, sta lì a piangere senza vedere nessuno, soltanto la pietra ribaltata (Giovanni, 20, 1).
In tutte e quattro le versioni, però, questa scena è cruciale. Dopo il lento, quasi rituale racconto della passione, morte e sepoltura - quando già il lettore o uditore è ipnotizzato, rivestito di dolore come chi porta il lutto - a un tratto la veste scura viene strappata, la storia di morte viene interrotta, e "al levar del sole" sfolgora un annuncio incomprensibile, impossibile. La tomba, da triste reliquia di una fine, diventa speranzoso segno di qualcosa che inizia, segno di una morte subita ma sconfitta e della vita che, impercettibile come l'alba, avanza.
L'intera esperienza di fede del cristiano giunge all'apice in questo evento, e non è un caso che il dramma sacro in Occidente nasce come tentativo di visualizzarlo. Nei monasteri del x secolo, al termine della terza lezione del mattino del giorno di Pasqua, mentre nella luce ancor debole i cantori eseguivano il responsorio Cum transisset sabbathum, alcuni sacerdoti parati del piviale cominciavano la breve ma serrata scena drammatica, impersonando le pie donne davanti al sepolcro. Quid revolvet nobis lapidem ad hostio monumenti? chiedevano: "Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del monumento?". E un diacono che faceva la parte dell'angelo, stando dietro all'altare (che serviva come sepulchrum), domandava alle "donne": Quem quaeritis in sepulchro, Christicolae? Esse rispondevano: Jesum Nazarenum crucifixum, o Coelicola - "Chi cercate nel sepolcro?"; "Gesù il Nazareno crocifisso". Poi il momento da tutti atteso, l'annuncio: Non est hic!; l'angelo cioè che proclamava il mistero: "Non è qui!". Le "donne" allora, tornate sacerdoti, incensavano l'altare-sepolcro, mentre l'angelo comandava: Ite, nuntiate quia surrexit de sepulchro! - "Andate ad annunciare che è risorto dal sepolcro!". Obbedendo, i sacerdoti si rivolgevano ai monaci nel coro sotto l'altare, intonando trionfalmente l'antifona, Surrexit Dominus de sepulchro, qui pro nobis pependit in ligno. Alleluja! Infine l'abate veniva in mezzo alle "donne" davanti all'altare per cantare il Te Deum mentre le campane squillavano a festa. Si celebrava allora solennemente la liturgia eucaristica.
Perfino la celeberrima Risurrezione di Piero della Francesca, capolavoro assoluto del primo rinascimento, va letta alla luce della liturgia e del dramma sacro che ne promana. Riproduce lo schema di una trecentesca pala ancora visibile sull'altare della Chiesa maggiore del paese di Piero, dove il parallelismo tra sarcofago raffigurato e altare reale si rivela carico di significato; i liturgisti medievali infatti vedevano nell'altare una figura del sepulchrum Christi, come nell'ostia consacrata la presenza del Risorto, secondo la già accennata "lettura teatrale" della messa. La versione pierfrancescana di questa pala d'altare - più moderna nella quasi nudità del corpo classicamente bello del Risorto nonché nei particolari paesaggistici - fu eseguita per il palazzo comunale della cittadina, il cui nome, Borgo San Sepolcro, spiega il desiderio di replicare l'immagine allusiva al sepolcro nella sede governativa, dove la dobbiamo immaginare ancora in un contesto liturgico: probabilmente sopra un altare usato per la messa d'apertura di raduni importanti del consiglio comunale.
Rivalutato nel tardo Ottocento e nel primo Novecento per le sue qualità formali, lo stile di Piero era per molto tempo letto in termini esclusivamente visivi, senza un'adeguata attenzione al suo contenuto cristiano. "L'incanto di un'arte così impersonale, così libera da ogni emotività (...) è indubbiamente grande", scriveva il critico americano Bernard Berenson nel 1897, aggiungendo che "laddove non c'è l'espressione di sentimenti specifici, possiamo cogliere impressioni puramente artistici di valori tattili, di movimento e di chiaroscuro". Analogamente formale è stata la lettura dei contenuti: commentando la Risurrezione, per esempio, l'inglese Kenneth Clark parlava di un " Dio campagnolo (...) adorato fin da quando l'uomo ha appreso che il seme non è morto nel terreno invernale, ma salirà aprendosi a forza una strada nella crosta di ferro".
Oggi simili valutazioni sembrano parziali, insoddisfacenti. Ciò che Berenson vedeva come "impersonalità" si rivela piuttosto una gravitas rituale che non sopprime il sentimento ma lo disciplina; e figure quali il Risorto di Borgo San Sepolcro ormai appaiono come portatori di messaggi precisi, non anonime icone di verità filosofiche - non un " Dio campagnolo" genericamente allusivo ai processi di rigenerazione, ma il Gesù che, la mattina di Pasqua, tornò da una morte crudele: colui la cui vittoria sulla morte sin dall'era paleocristiana viene celebrata con linguaggio allusivo al trionfo di un eroe antico. L'affresco di Piero sembra infatti "illustrare" l'antico inno liturgico pasquale Aurora lucis rutilat, dove Cristo è descritto come Rex ille fortissimus, mortis confractis viribus, pede conculcans tartara, solvit catena miseros. Ille quem clausum lapide miles custodit acriter, triumphans pompa nobili victor surgit de funere ("Quel potentissimo re che, distruggendo l'umana morte, calpestò l'inferno per spezzare le catene dei miseri: colui crudelmente rinchiuso dai militi in un sepolcro che ora vittorioso, nella nobile pompa del trionfatore, sorge dalla pira funebre").
La straordinaria quiete che Piero spesso infonde nei suoi personaggi - quella calma interiore che sembra estendersi al mondo esterno, avvolgendo tutto di luce e silenzio - è leggibile anche in questo Cristo della Risurrezione, che, tornando a vivere, infatti vivifica l'universo intero: gli alberi e la terra alla sua destra sono ancora nudi e invernali, mentre dall'altra parte sono verdi, primaverili, così che la normale lettura dell'immagine - da sinistra a destra - obbliga a vedere l'annuale rinascita della natura in rapporto al ritorno alla vita del Salvatore (un rapporto con il cosmo, questo, già evidenziato nel sopraccitato avorio paleocristiano, dove l'albero a sinistra controbilancia il Cristo che ascende il colle, a destra).
Merita attenzione un'ultima versione del tema: un'opera d'arte sacra contemporanea vista da milioni di pellegrini e da centinaia di milioni di telespettatori, la stupenda Risurrezione di Pericle Fazzini, realizzata su invito di Paolo VI per la Sala Nervi in Vaticano, una "macchina barocca" moderna in cui pulsa la vitalità sovrumana del Risorto presente nella Chiesa postconciliare, partecipe delle gioie e speranze, delle sofferenze e angosce dell'uomo moderno. Con fine penetrazione psicologica, Fazzini infatti concepisce la Risurrezione in rapporto non solo all'agonia fisica della croce ma anche a quella morale dell'Orto di Getsemani. Scrive d'aver creato il Cristo "come se risorgesse dallo scoppio di questo grande uliveto, luogo di pace delle ultime preghiere. Il Cristo risorge da questo cratere apertosi dalla tomba nucleare: una atroce esplosione, un vortice di violenza e di energia; ulivi divelti, pietre volanti, terra di fuoco, tempesta, formata da nuvole e saette, e un gran vento che soffia da sinistra verso destra".
Confrontando l'opera finita ai disegni preparativi mediante i quali l'artista ha sviluppato il suo pensiero, veniamo assorbiti dal mistero emozionante di un divenire eternamente nuovo: un dischiudersi di forme luminose tra le tenebre, la rivelazione della gloria dei figli di Dio. Il fatto della Vita - vibrante, irruente eppure stranamente delicata - diventa l'unica realtà in questa Sala dove uomini e donne vengono per vedere e ascoltare il Vicario di Cristo. Questa scultura lunga venti metri, alta sette e profonda tre è "icona di movimento e di stabilità, di realtà e surrealtà, di vita umana e divina", come scrive il critico Giovanni Bonanno. "L'animano la luce e il vento con ritmi turbinosi, più che di trionfo, di festa coinvolgente il cosmo. (...) L'esplosione della materia, la lacerazione della natura, la dissoluzione della forma non atterriscono. Sono segni di un evento sospirato da secoli, che ora si svela nella verità che annunzia la stessa risurrezione dell'uomo".



(©L'Osservatore Romano - 12 aprile 2009)

domenica 4 aprile 2010


E' risorto, è veramente risorto!

venerdì 2 aprile 2010

venerdì 26 marzo 2010

Sono emozionato


La Parocchia ha avuto in regalo questa statua del Cristo morto, il colore sta venendo via, lo dovrò togliere del tutto e poi ridipingerla. Non vedo l'ora!

martedì 23 marzo 2010

domenica 21 marzo 2010

mercoledì 17 marzo 2010

Prossimo lavoro


Sullo sfondo del Crocifisso di S.Damiano dipingerò il volto del Cristo che dorme sulla croce.
" Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso."
1Cor 2,2

venerdì 12 marzo 2010

Come trasformare le distrazioni in preghiere

San Giovanni della Croce consiglia di avere la furbizia

di trasformare anche le distrazioni in preghiera.

Quando tuo malgrado ti sorprendi distratto,non avertela neanche troppo a male...

sarebbe questo un segno ulteriore del tuo orgoglio

che vorrebbe la tua preghiera sempre perfetta.
Profitta invece della distrazione per dire al Signore:

"Lo vedi come sono piccolo e debole e quindi veramente bisognoso del tuo Amore".

E con un cuore ancora più umile e più determinato e fiducioso

continua la tua preghiera. Sentiti amato così come sei,

con la tua povertà e il tuo peccato.
È questa in fondo l'unica grazia di cui hai veramente bisogno:
sentirti amato.
Troverai la forza di amare un po' più te stesso,

condizione necessaria per amare in verità anche gli altri.
Amare il Signore e i fratelli diventerà per te

esigenza gioiosa d'amore che attuerai gratuitamente e con il Suo amore.

giovedì 4 marzo 2010

Tempo di QUARESIMA

Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia. (...)
Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia.

(Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2010: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo)

martedì 2 marzo 2010


Ancora da asciugare, il "cavalletto" ha funzionato, anche se per le rifiniture l'ho dovuta togliere perchè avevo paura.

martedì 23 febbraio 2010

LETTERA AD UN MINISTRO.

[234] A frate N... ministro. Il Signore ti benedica!

Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti sono di impedimento nell'amare il

Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo

devi ritenere come una grazia.

E così tu devi volere e non diversamente. E questo tieni in conto di vera obbedienza da parte del Signore Iddio e mia per

te, perché io fermamente riconosco che questa è vera obbedienza. E ama coloro che agiscono con te in questo modo, e

non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te. E in questo amali e non pretendere che diventino cristiani

migliori.

[235] E questo sia per te più che stare appartato in un eremo.

E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè:

che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non

se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere

perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo

al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.

[236] E avvisa i guardiani, quando potrai, che tu sei deciso a fare così.

[237] Riguardo poi a tutti i capitoli della Regola che trattano dei peccati mortali, con l'aiuto del Signore, nel Capitolo di

Pentecoste, raccolto il consiglio dei frati, ne faremo un Capitolo solo in questa forma:

Se qualcuno dei frati, per istigazione del nemico, avrà peccato mortalmente, sia tenuto per obbedienza a ricorrere al suo

guardiano, E tutti i frati, che fossero a conoscenza del peccato di lui, non gli facciano vergogna né dicano male di lui, ma

ne abbiano grande misericordia e tengano assai segreto il peccato del loro fratello, perché non i sani hanno bisogno del

medico, ma i malati . E sempre per obbedienza siamo tenuti a mandarlo con un compagno dal suo custode. Lo stesso

custode poi provveda misericordiosamente a lui, come vorrebbe si provvedesse a lui medesimo, se si trovasse in un caso

simile.

[238] E se fosse caduto in qualche peccato veniale, si confessi ad un fratello sacerdote. E se in quel luogo non ci

fosse un sacerdote, si confessi ad un suo fratello, fino a che possa trovare un sacerdote che lo assolva canonicamente,

come è stato detto. E questi non abbiano potere di imporre altra penitenza all'infuori di questa: "Va' e non peccare più!".

[239] Questo scritto tienilo con te, affinché sia meglio osservato, fino al capitolo di Pentecoste; là sarai presente con i

tuoi frati. E queste e tutte le altre cose, che sono ancora poco chiare nella Regola, sarà vostra cura di completarle, con

l'aiuto del Signore Iddio.

sabato 13 febbraio 2010

L'icona che oggi ho iniziato ad incidere è proprio di S.Antonio, è tratta da un santino, forse la posizione del santo non è proprio canonica, ma non potevo dire di no.
Circa quaranta anni fa una madre disperata perchè il suo bambino, di soli due anni, stava diventando cieco, passò tutta la notte pregando questo santino, il bambino recuperò la vista, i medici non hanno saputo spiegare l'evento.
Ora la sorella di quel bambino mi ha chiesto questa icona.
S.Antonio è rappresentato di profilo, normalmente se questo accade è solo per personaggi minori o cattivi, vedi Giuda; forse non realizzerò un'icona corretta, ma è questa immagine che ringraziano da quarant'anni, e poi S.Antonio sta contemplando Gesù bambino, perchè dovrebbe rivolgere il suo sguardo altrove?