lunedì 24 maggio 2010


Lentissima, la scrittura del S.Antonio va avanti, quando riesco a prendere i pennelli tutto scompare.
So pregare solo così e ringrazio il Signore per questo dono.

venerdì 21 maggio 2010

Statua di san Bernardino da Siena


L'Aquila, Basilica di San Bernardino da Siena.

mercoledì 19 maggio 2010

Una recente ricerca sull'iconografia del Credo in Italia

di Michael John Zielinski

Come si può rilevare dagli Atti degli apostoli il primo annuncio cristiano è costituito dalla proclamazione di un avvenimento: la passione, morte e risurrezione di Gesù, l'evento pasquale di cui gli Apostoli sono testimoni; questo annuncio originario assumerà il nome di kèrygma, termine che diverrà sinonimo della stessa predicazione del mistero cristiano.
I testi del Nuovo Testamento documentano come la predicazione apostolica si fonderà e si compirà proprio a partire da questo "nucleo", a cui via via si aggiungeranno arricchimenti, in un ininterrotto processo di trasmissione ecclesiale.
Lo studio fondamentale di John Norman Davidson Kelly mostra che partendo da formulazioni di fede originarie - che si ritrovano anche in vari testi del Nuovo Testamento - e passando attraverso quelli che possiamo chiamare "frammenti di Credo", la Chiesa giungerà progressivamente a formulazioni sintetiche della fede cristiana, quelle che denominiamo Credo o Simbolo della fede.
Non sorprende pertanto che uno dei primi usi cristiani del Simbolo sia da individuarsi nella confessione di fede battesimale, per cui si passerà (in Occidente) dalle interrogazioni battesimali ai Credo dichiaratori. Esiste un legame evidente fra il Simbolo e l'iniziazione cristiana; per cui è del tutto normale che la catechesi prebattesimale abbia come elemento fondamentale l'istruzione sul Simbolo (unitamente al Padre nostro), segnata anche dai riti della
Traditio eRedditio Symboli. Come afferma Bernard Sesboüé si può parlare, nel caso dei Simboli, di una "funzione confessante" e di una "funzione dottrinale".
Fra le varie professioni di fede, l'antico Simbolo romano - che si rifà alla triplice interrogazione battesimale e il cui nucleo primitivo pare risalire al iii secolo - anche attraverso un processo di progressiva stabilizzazione del testo (conclusa attorno all'viii secolo, con il cosiddetto
Textus receptus), ha conosciuto una particolare fortuna e diffusione, assumendo poi il nome di Credo degli apostoli. Non va dimenticato inoltre che, per lungo tempo, si è ritenuta questa professione di fede come composta direttamente dagli apostoli, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, come sostenuto da alcuni Padri della Chiesa e in particolare riportato in due sermoni pseudoagostiniani (240 e 241).
In epoca medievale si è prestata un'attenzione tutta particolare, nell'istruzione dei fedeli, a quello che si può chiamare compendio della fede, come anche Benedetto xvi definisce il Simbolo apostolico (cfr. l'Omelia alla Spianata dell'Islinger Feld a Regensburg, il 12 settembre 2006). Questo Credo fu oggetto di catechesi durante la predicazione domenicale, che rappresentava la principale occasione di istruzione del popolo di Dio; e molti fra i grandi predicatori degli ordini mendicanti ne fecero oggetto di spiegazione ai fedeli.

Dobbiamo quindi parlare di una lunga e ininterrotta
Traditio Ecclesiae, riguardante il Credo. Ne consegue che non ci si debba meravigliare che tutti i linguaggi siano stati coinvolti in questa trasmissione, non ultimo quello delle immagini, in particolare a partire dal xii secolo e con una sorprendente ricchezza e abbondanza nei secoli xiv e xv.
Nel caso del Credo infatti, soprattutto in epoca medievale, si assiste a una sorta di convergenza fra fede, arte, predicazione e cultura.

L'iconografia del Credo, studiata prevalentemente sul territorio europeo presenta come raffigurazione più frequente quella dei dodici apostoli con i dodici versetti del Simbolo Apostolico, secondo quanto riportato nei citati sermoni dello Pseudo-Agostino. L'ordine nel quale si trovano i Dodici è normalmente quello presente nel Canone Romano della liturgia eucaristica.

A volte si assiste (soprattutto nel xv secolo) anche all'abbinamento con dodici profeti, corredati di versetti biblici pertinenti, in quello che viene chiamato Credo profetico, quale prefigurazione del Simbolo. In questo caso la scelta dei profeti e dei versetti biblici presenta notevoli variazioni.

Gli studi iconografici più completi riguardano l'attuale Francia, la Germania e la Polonia. In Italia gli studiosi hanno prestato attenzione ad alcuni cicli particolarmente significativi, senza tuttavia produrre un'indagine di tipo più generale. Questo ha condotto la comunità scientifica a ritenere che tale tema iconografico sia poco presente sul territorio italiano.
Una recente ricerca, condotta dal sacerdote bolognese Roberto Mastacchi su tutto il territorio italiano nell'arco di due anni, ha permesso di mappare (seppure in modo non esaustivo) la situazione italiana. I primi risultati della ricerca, sviluppata nell'ambito del progetto "Catechesi attraverso l'arte" dell'Istituto Veritatis Splendor di Bologna, sono stati pubblicati in un saggio del 2007 (Il Credo nell'arte cristiana italiana,
Cantagalli), con la prefazione di Timothy Verdon e la postfazione di Ryszard Knapiñski. L'indagine ha permesso di individuare la presenza di oltre cento opere sul territorio italiano, di vario genere artistico e con prevalenza della tipologia iconografica che associa i Dodici ai singoli versetti del Credo apostolico. Non mancano tuttavia cicli tipologici e straordinari esempi di raffigurazione scenica (o narrativa) del Credo, con una sorprendente concentrazione nella città di Siena, che risulta come la situazione più ricca e multiforme dell'intera penisola; è da sottolineare, fra l'altro, che solo nella città toscana si trova raffigurato il Credo Niceno-Costantinopolitano.
La maggioranza dei cicli è presente nel nord-ovest dell'Italia e in Toscana, e risale prevalentemente ai secoli xiv e xv.

In un secondo saggio introdotto da una prefazione di Luigi Negri e intitolato Il kèrygma cristiano nell'iconografia del Credo in Italia (Cantagalli, Siena, 2008, pagine 168, euro 18), Mastacchi ha concentrato la sua attenzione sugli articoli kerygmatici dei cicli riguardanti il Credo e individuati sul territorio italiano. Si tratta di una sorta di cammino a ritroso nella genesi delle professioni di fede; un modo per evidenziare ancora più chiaramente il legame esistente fra l'annuncio originario dell'avvenimento cristiano e lo sviluppo dottrinale e confessionale che ne è seguito, da collocarsi all'interno della vita liturgica della Chiesa.
L'analisi di questi articoli (il iv e v nel Simbolo degli Apostoli) ha evidenziato una certa regolarità - conforme a quanto osservato anche in altri Paesi europei - nell'abbinamento fra il singolo apostolo e il relativo versetto: nella maggioranza dei casi Giovanni (e in un numero inferiore di casi Giacomo maggiore) è posto in relazione alla passione, morte e sepoltura, mentre quasi sempre la discesa agli inferi e la risurrezione di Cristo sono abbinati a Tommaso. Le variazioni osservate sembrano essere dovute a errori, oppure da mettersi in relazione ai committenti delle opere oppure a modelli cui gli artisti si sono ispirati.

Nel caso dell'iconografia cosiddetta tipologica, agli apostoli citati sono quasi sempre abbinati rispettivamente il profeta Zaccaria con il testo
et adspicient ad me quem confixerunt (Zaccaria, 12, 10b) e il profeta Osea, con il versetto O mors, ero mors tua, morsus tuus ero inferne (Osea, 13, 14); si tratta di un classico esempio di concordantia, assai frequente in epoca medievale.
Ma la parte certamente più affascinante è quella relativa alla "narrazione" degli articoli del Credo; l'analisi dello straordinario ciclo della Pieve di Feletto e delle varie opere presenti nella città di Siena - le tavolette di Benedetto di Bindo, gli affreschi in Santa Maria della Scala e nelle volte del Battistero del Duomo, il meraviglioso coro ligneo della Cappella del Palazzo Pubblico - rappresentano una vera e propria catechesi per immagini. Timothy Verdon, che lavora per recuperare la via delle immagini sacre come via per l'incontro con Cristo, ha definito il ciclo del Battistero di Siena come "il più mirabile documento catechistico del Quattrocento".

Mastacchi prende in esame buona parte dei cicli, cercando di evidenziarne il messaggio catechetico e prestando attenzione anche alla loro collocazione; quest'ultimo aspetto risulta essere assai rilevante per cogliere il legame esistente fra la celebrazione liturgica (l'evento), il messaggio relativo ai contenuti della fede (la dottrina) e il valore culturale (l'arte) delle singole opere. L'autore del saggio non pretende di spingersi in analisi prettamente storiche o stilistiche delle singole opere, bensì si propone di collocarle nel contesto vitale delle comunità di fede dalle quali sono nate e alle quali sono destinate; e questo non come qualcosa che riguarda il passato, ma come un prezioso patrimonio e un linguaggio perennemente valido per i cristiani di ogni epoca storica.

La ricerca, di cui i due saggi citati raccolgono i risultati, non prende in esame i manoscritti e le stampe, che pure hanno avuto grande importanza nello sviluppo di questo particolare tema iconografico. Ci auguriamo pertanto che l'indagine possa essere ampliata e arricchita anche in questo senso, per fornire un quadro ancora più completo della situazione italiana, che presenta ancora ampi margini di studio rispetto ad altri Paesi europei. Nel presentare il
Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, il cardinale Joseph Ratzinger, sottolineava come una delle tre caratteristiche principali del testo era "l'utilizzo delle immagini nella catechesi". E, fra l'altro, scriveva: "Dalla secolare tradizione conciliare apprendiamo che anche l'immagine è predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza. È un indizio questo, di come oggi più che mai, nella civiltà dell'immagine, l'immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola".
Proprio il tema iconografico del Credo deve essere oggetto di una rinnovata attenzione da parte degli studiosi. Il repertorio che oggi abbiamo fra le mani apre numerose possibilità di studio e approfondimento, e stimola a una rinnovata trasmissione della fede a partire dalle tante opere artistiche presenti nelle chiese del territorio italiano. È l'espressione del desiderio, o meglio della necessità, che tutti i credenti hanno di abitare la bellezza della fede.

(©L'Osservatore Romano - 5 settembre 2008)

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venerdì 7 maggio 2010

Icona su pietra


Era da tanto che cercavo una pietra adatta, stamani nel bosco l'ho vista, è lei. Ora devo stuccarla, poi gessarla, scriverla e studiare un supporto che la regga, pesa qualche chilo.
Data la forma è da studiare anche il soggetto, verticale od orizzontale? Si accettano, anzi sono graditi, suggerimenti.

domenica 2 maggio 2010

Al lavoro!


Come sottofondo ho messo Cecilia Bartoli , una voce stupenda, in questo momento sta cantando Casta Diva. Anche un giorno di pioggia può essere bello.

Riccardo Muti in armonia con Ratzinger

Il maestro confessa la sua ammirazione per il Pontefice che ha fatto della bellezza, della musica e del recupero della sacralità nella liturgia la cifra del suo pontificato. «È un grande dono per l’umanità e per la Chiesa all’inizio del terzo millennio avere un Papa che rivendica spazio e rispetto nella Chiesa e nella società civile» per la musica, «quest’alta espressione umana», scrive Muti nella prefazioneal libro Lodate Dio con arte (Marcianum Press, pagg. 270, euro 24, in uscita a metà maggio) che raccoglie per la prima volta tutti gli scritti e gli interventi di Joseph Ratzinger dedicati alla musica. «Cantare è quasi un volare – confidava il Papa in occasione di un concerto dei Domspatzen – un sollevarsi verso Dio, un anticipare in qualche modo il canto dell’eternità».

Muti sostiene Benedetto XVI che intende risollevare le sorti della musica liturgica: «Ha ragione il Papa quando in più circostanze lamenta il basso livello della musica da consumo, in particolare della musica e dei canti eseguiti nelle chiese in questi ultimi decenni soprattutto da noi in Italia. Ma la causa è l’inadeguatezza dell’educazione musicale. Quello che si fa nelle scuole è troppo poco e le attività alternative o sussidiarie sono solo per pochi fortunati. Nelle parrocchie, poi, almeno in Italia, l’educazione al canto dei cristiani penso sia una delle ultime preoccupazioni pastorali dei nostri parroci e forse anche dei vescovi». Il maestro, a partire dalle pagine di Ratzinger, auspica la rinascita dell’educazione musicale.

«Sono davvero grato al Papa – scrive – per aver riportato al giusto posto, l’attenzione alla musica dentro e fuori della Chiesa, ponendola semplicemente come fattore essenziale nella vita degli uomini. I suoi studi sono illuminanti soprattutto per la musica sacra. Sgombrano il terreno da equivoci e fondamentalismi pro e contro, che in questi anni hanno creato scontro piuttosto che dialogo e ricerca comune per il bene della Chiesa e della sua liturgia. Rendono ragione del disagio che tanti provano andando a Messa. Ma fanno anche sperare in una ripresa dell’arte musicale che faccia un buon servizio alla liturgia e alla vita del nostro mondo».

Tra i brani più significativi citati nel libro, c’è quello in cui Benedetto XVI, riflettendo sul fondamento teologico della musica sacra, afferma: «Se la Chiesa deve trasformare, migliorare, “umanizzare” il mondo, come può far ciò e rinunciare nel contempo alla bellezza, che è tutt’uno con l’amore ed è con esso la vera consolazione, il massimo accostamento possibile al mondo della resurrezione? La Chiesa dev’essere ambiziosa; dev’essere una casa del bello, deve guidare la lotta per la “spiritualizzazione”, senza la quale il mondo diventa il “primo girone dell’inferno”. Si cerchi pure ciò che è adatto alla liturgia e alla partecipazione dei fedeli, ma si faccia di tutto perché ciò che è adatto sia anche bello e degno della più importante azione ecclesiale in cui viene usato». «Giustamente una Chiesa che faccia soltanto “musica d’uso” cade nell’inutile e diviene essa stessa inutile», afferma ancora il Papa. La Chiesa «dev’essere luogo della “gloria” e così anche luogo in cui i lamenti dell’umanità sono portati all’orecchio di Dio (...) deve destare la voce del cosmo glorificando il Creatore e rendere il cosmo stesso glorioso, e quindi bello, abitabile, amabile». Quasi un distillato dell’approccio del Papa alla musica sacra e più in generale alla liturgia.

© Copyright Il Giornale, 29 aprile 2010