giovedì 23 giugno 2011

Catacombe di Commodilla, Roma



Una delle prime rappresentazioni del Cristo con la barba.

sabato 18 giugno 2011

venerdì 17 giugno 2011

PARAFRASI DEL PADRE NOSTRO

[266] O santissimo Padre nostro: creatore, redentore, consolatore e salvatore nostro.
[267] Che sei nei cieli: negli angeli e nei santi, illuminandoli alla conoscenza, perché tu, Signore, sei luce,
infiammandoli all'amore, perché tu, Signore, sei amore, ponendo la tua dimora in loro e riempiendoli di beatitudine,
perché tu, Signore, sei il sommo bene, eterno, dal quale proviene ogni bene e senza il quale non esiste alcun bene.
[268] Sia santificato il tuo nome: si faccia luminosa in noi la conoscenza di te, affinché possiamo conoscere l'ampiezza
dei tuoi benefici, l'estensione delle tue promesse, la sublimità della tua maestà e la profondità dei tuoi giudizi.
[269] Venga il tuo regno: perché tu regni in noi per mezzo della grazia e ci faccia giungere nel tuo regno, ove la
visione di te è senza veli,
l'amore di te è perfetto,
la comunione di te è beata,
il godimento di te senza fine.
[270] Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra: affinché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te;
con tutta l'anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, orientando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa
cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell'anima e del corpo a
servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con
ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non
recando nessuna offesa a nessuno.
[271] Il nostro pane quotidiano: il tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, dà a noi oggi: in memoria,
comprensione e reverenza dell'amore che egli ebbe per noi e di tutto quello che per noi disse, fece e patì.
[272] E rimetti a noi i nostri debiti: per la tua ineffabile misericordia, per la potenza della passione del tuo Figlio diletto
e per i meriti e l'intercessione della beatissima Vergine e di tutti i tuoi eletti.
[273] Come noi li rimettiamo ai nostri debitori: e quello che non sappiamo pienamente perdonare, tu, Signore, fa' che
pienamente perdoniamo sì che, per amor tuo, amiamo veramente i nemici e devotamente intercediamo presso di te, non
rendendo a nessuno male per male e impegnandoci in te ad essere di giovamento a tutti.
[274] E non ci indurre in tentazione: nascosta o manifesta, improvvisa o insistente.
[275] Ma liberaci dal male: passato, presente e futuro.
Gloria al Padre, ecc.
(Fonti Francescane )

domenica 12 giugno 2011


Una croce appena sbozzata con il seghetto, una tavoletta trovata nella falegnameria dell'Eremo delle Carceri da gessare, due supporti per le icone su pietra finiti, un bellissimo modo per trascorrere il pomeriggio di Pentecoste.

venerdì 10 giugno 2011

E don Milani disse: «L’acqua è di tutti»

Ma qui la sproporzione tra causa ed effetto è troppa! Un grande edificio che crolla perché un ragazzo gli ha tirato coll’archetto! C’è un baco interiore dunque che svuota la grandiosità dell’edificio di ogni intrinseco significato. Il nome di quel baco tu lo conosci. Si chiama: idolatria del diritto di proprietà. A 1955 anni dalla Buona Novella, a 64 anni dallaRerum Novarum, dopo tanto sangue sparso, dopo 10 anni di maggioranza dei cattolici e tanto parlare e tanto chiasso, aleggia ancora vigile onnipresente dominatore su tutto il nostro edificio giuridico. Tabù. Son 10 anni che i cattolici hanno in pugno i due poteri: legislativo e esecutivo. Per l’uso di quale dei due pensi che saranno più severamente giudicati dalla storia e forse anche da Dio? Che la storia condannerà la nostra società è profezia facile a farsi.

Basterebbe il solo fatto della disoccupazione oppure il solo fatto degli alloggi. Ma una storia serena non potrà non valutare forse qualche scusante, certo qualche attenuante: l’ostacolo della burocrazia insabbiatrice, quello dell’Italia sconvolta dalla guerra, quello degli impegni internazionali... Insomma, tra attenuanti e aggravanti, chi studierà l’opera dei cattolici in Italia forse non riuscirà a dimostrare che la loro incapacità sia un’incapacità costituzionale. Saremo perdonati dunque anche se in questa preziosa decennale occasione di potere non avremo saputo mostrare al mondo cosa sappiamo fare. Ma guai se non avremo almeno mostrato cosa vorremmo fare. Perché il non saper fare nulla di buono è retaggio di ogni creatura. Sia essa credente o atea, sia in alto o basso loco costituita. Ma il non sapere cosa si vuole, questo è retaggio solo di quelle creature che non hanno avuto Rivelazione da Dio. A noi Dio ha parlato. Possediamo la Caro direttore,
col progetto di consorzio di cui ti parlai si darebbe l’acqua a nove famiglie. Quasi metà del mio popolo. Il finanziamento è facile perché siamo protetti dalla legge per la montagna. La benemerita 991 la quale ci offre addirittura o di regalo il 75 per cento della spesa oppure, se preferiamo, in mutuo l’intera somma. Mutuo da pagarsi in 30 anni al 4 per cento comprensivo di ammortamento e interessi. Nel caso specifico, l’acquedotto costerà circa 2 milioni. Se vogliamo sborsarli noi, il governo fra due anni ci rende un milione e mezzo.

L’altro mezzo milione ce lo divideremo per 9 che siamo e così l’acqua ci sarà costata 55.000 lire per casa. Oppure anche nulla; basta prendere pala e piccone e scavarci da noi il fossetto per la conduttura e ecco risparmiate anche le 55.000 lire. Se invece non avessimo modo di anticipare il capitale allora si può preferire il mutuo. Il 4 per cento di due milioni è 80.000 lire all’anno. Divise per nove dà 8.800 lire per uno. Se pensi che 8.000 lire per l’acqua forse le spendi anche te in città e se pensi che a te l’acqua non rende, mentre a un contadino e in montagna vuol dire raddoppiare la rendita e dimezzare la fatica, capirai che anche questo secondo sistema è straordinariamente vantaggioso. Insomma bisogna concludere che la 991 è una legge sociale e meravigliosa.

Mi piacerebbe darti un’idea chiara di quel che significa l’acqua quassù, ma per oggi mi contenterò di dirti solo questo: s’è fatto il conto che per ogni famiglia del popolo il rifornimento d’acqua richieda in media 4 ore di lavoro di un uomo valido ogni giorno. Se i contadini avessero quella parità di diritti con gli operai che non hanno, cioè per esempio quella di lavorare solo 8 ore al giorno, si potrebbe dunque dire che qui l’uomo lavora mezza giornata solo per procurarsi l’acqua. Dico acqua, non vino! Tu invece per l’acqua lavori dai tre ai quattro minuti al giorno.

A rileggere l’articolo 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale» mi vengono i bordoni. Ma oggi non volevo parlarti dei paria d’Italia, ma d’un’altra cosa. Dicevamo dunque che c’è questa 991 che pare adempia la promessa del 2° paragrafo dell’art. 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini». A te, cittadino di città, la Repubblica non regala un milione e mezzo, né ti presta i soldi al 4 per cento compreso l’ammortamento.

A noi sì. Basta far domanda e aver qualche conoscenza. Infatti eravamo già a buon punto perché un proprietario mi aveva promesso di concederci una sua sorgente assolutamente inutilizzata e inutilizzabile per lui, la quale è ricca anche in settembre e sgorga e si perde in un prato poco sopra alla prima casa che vorremmo servire. Due settimane dopo, un piccolo incidente. Quel proprietario ha un carattere volubile. Una mattina s’è svegliato d’umore diverso e m’ha detto che la sorgente non la concede più. Ho insistito. S’è piccato. Ora non lo scoscendi più neanche colle mine. Ma il guaio è che quando ho chiesto a un legale se c’è verso d’ottenere l’esproprio di quella sorgente, ma risposto di no. Sicché la bizzettina di quell’omino, fatto insignificante in sé, ha l’atomico potere di buttare all’aria le nostre speranza d’acqua, il nostro consorzio, la famosa 991, il famoso articolo 3, le fatiche dei 556 costituenti, la sovranità dei loro 28 milioni di elettori, tanti morti della Resistenza (siamo sul monte Giovi! Ho nel popolo le famiglie di 14 fucilati per rappresaglia).
sua legge scritta per steso in 73 libri e in più possediamo da 20 secoli anche un Interprete vivente e autorizzato di quei libri.

Quell’Interprete ha già parlato più volte, ma se non bastasse si può rivolgersi in ogni momento a lui e sottoporgli nuovi dubbi e nuove idee. A noi cattolici non può dunque far difetto al luce. Peccatori come gli altri, passi. Ma ciechi come gli altri no. Noi i veggenti o nulla. Se no val meglio l’umile e disperato brancolare dei laici. Che i legislatori cattolici prendano dunque in mano la Rerum Novarum e la Costituzione e stilino una 991 molto più semplice in cui sia detto che l’acqua è di tutti. Quando avranno fatto questo, poco male se poi non si riuscirà a mandare due carabinieri a piantar la bandiera della Repubblica su quella sorgente. Manderanno qualche accidente al governo e ai preti che lo difendono. Poco male.

Partiranno per il piano ad allungarvi le file dei disoccupati e dei senza tetto. Non sarà ancora il maggior male. Purché sia salva almeno la nostra specifica vocazione di illuminati e di illuminatori. Per adempire quella basta il solo enunciare leggi giuste, indipendente dal razzolar poi bene o male. Chi non crede dirà allora di noi che pretendiamo di saper troppo, avrà orrore dei nostri dogmi e delle nostre certezze, negherà che Dio ci abbia parlato o che il papa ci possa precisare la Parola di Dio. Dicendo così avrà detto solo che siamo un po’ troppo cattolici. Per noi è un onore. Ma sommo disonore è invece se potranno dire di noi che, con tutte le pretese di rivelazione che abbiamo, non sappiamo poi neanche di dove veniamo o dove andiamo, e qual è la gerarchia dei valori, e qual è il bene e quale il male, e a chi appartengono le polle d’acqua che sgorgano nel prato di un ricco, in un paesino di poveri.
Lorenzo Milani

giovedì 9 giugno 2011

CANTICO DI FRATE SOLE

[263] Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfane,
et nullu homo ène dignu Te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo quale è iorno et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi' Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi' Signore, per sor'Acqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi' Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.
Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke 'l sosterrano in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po' skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.
Laudate e benedicete mi' Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

La prima rappresentazione delle stimmate di san Francesco


Berlinghieri da Lucca, 1235 , Uffizi - Firenze.

mercoledì 8 giugno 2011

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica

IV. «Non ti farai alcuna immagine scolpita...»
2129 L'ingiunzione divina comportava il divieto di qualsiasi rappresentazione di Dio fatta dalla mano dell'uomo. Il Deuteronomio spiega: « Poiché non vedeste alcuna figura, quando il Signore vi parlò sull'Oreb dal fuoco, state bene in guardia per la vostra vita, perché non vi corrompiate e non vi facciate l'immagine scolpita di qualche idolo » (Dt 4,15-16). È il Dio assolutamente trascendente che si è rivelato a Israele. « Egli è tutto », ma, al tempo stesso, è « al di sopra di tutte le sue opere » (Sir 43,27-28). Egli è « lo stesso autore della bellezza » (Sap 13,3).
2130 Tuttavia, fin dall'Antico Testamento, Dio ha ordinato o permesso di fare immagini che simbolicamente conducessero alla salvezza operata dal Verbo incarnato: così il serpente di rame,83l'arca dell'Alleanza e i cherubini.84
2131 Fondandosi sul mistero del Verbo incarnato, il settimo Concilio ecumenico, a Nicea (nel 787), ha giustificato, contro gli iconoclasti, il culto delle icone: quelle di Cristo, ma anche quelle della Madre di Dio, degli angeli e di tutti i santi. Incarnandosi, il Figlio di Dio ha inaugurato una nuova « economia » delle immagini.
2132 Il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, « l'onore reso ad un'immagine appartiene a chi vi è rappresentato »,85 e « chi venera l'immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto ».86 L'onore tributato alle sacre immagini è una « venerazione rispettosa », non un'adorazione che conviene solo a Dio:
« Gli atti di culto non sono rivolti alle immagini considerate in se stesse, ma in quanto servono a raffigurare il Dio incarnato. Ora, il moto che si volge all'immagine in quanto immagine, non si ferma su di essa, ma tende alla realtà che essa rappresenta ».87

mercoledì 1 giugno 2011

Leonardo ha copiato da san Giovanni?


L’opera d’arte più studiata al mondo resta un territorio vergine dal punto di vista dei significati, della spiritualità dell’immagine. Incredibilmente gli studiosi non leggono il Cenacolo di Leonardo quale opera di arte sacra, ricchissima di citazioni scritturali. Si fermano nel ripetere il punto di partenza; cioè il fatto, indubitabile, che il dipinto visualizzi la situazione seguente l’annuncio del tradimento da parte di Gesù. Ma nell’opera c’è molto di più, a patto di assumere un approccio di «iconologia spirituale», alla Panofsky, alla Colasanti o alla Calvesi. Il capolavoro appare specialmente influenzato dall’Apocalisse e dal Vangelo di Giovanni, l’unico a descrivere lo stato interiore di Gesù al momento del drammatico annuncio (Gv 13, 21), con un verbo greco che ricorre anche nel turbamento di Gesù davanti al sepolcro di Lazzaro e al Getsemani, come ha evidenziato Benedetto XVI in Gesù di Nazaret II.

L’apertura dietro al Signore è una porta (Gv 10, 9) non una finestra, mentre il vassoio sotto il petto di Gesù è vuoto, come i piatti degli apostoli, perché è Gesù l’Agnello di Dio (Gv 1, 29). La Cena sembra post-eucaristica, perché il pane è già in parte spezzato e il vino versato, ma resta agli inizi quanto al cibo, il cristico pesce o l’analoga anguilla, e un vassoietto lo mostra tagliato in quattro parti da tre tagli, allusione ai tre chiodi della croce e alle vesti di Gesù spartite in quattro (Gv 19, 23). Anche la posizione di Cristo è scritturale in quanto appare il settimo, Signore del Sabato (Mc 2, 27-28 e Ap 1, 20), visto sia da destra che da sinistra e anche rispetto alle sette lesene del soffitto a cassettoni. La triangolarità iconica del Cristo, rafforzata dalle tre aperture sul fondo, e ribadita dai tre vassoi sulla tavola, ci parla della giovannea ora di Gesù (Gv 2, 4 e 13, 1) e della reciproca glorificazione trinitaria fra il Figlio e il Padre (Gv 13, 31). Più precisamente il tempo narrativo è quello simbolico della «metà di sette» già presente in Daniele e poi nell’Apocalisse, (e allusa anche nell’apocalittica Melanconia I di Durer), cioè il tempo del dominio dell’anticristo: 3 anni e mezzo, 42 mesi, 1260 giorni. (Ap 11, 2-3 e 13, 5).

Non a caso il soffitto è un quadrato simbolico che reca per tre volte il numero 6, alludendo al numero della bestia (Ap 13, 18). Su Gesù incombe l’impero della tenebra di cui parla Luca (Lc 22, 53). La pietra sulla tunica di Gesù è verde, segno di Dio quale pietra viva, roccia di salvezza, ma anche allusione allo smeraldo riassumente l’iride attorno al trono di Dio (Ap 4, 3). La successione apostolica quale iride mistica, mandorla cristica tipica del Cristo glorioso, pantocratore. Ricordiamo il Gesù di Giotto agli Scrovegni, il Trittico del Giudizio di Hans Memling e «Il creato adora l’Eterno» in Postillae in Pentateucum di Nicola da Lira. Molti apostoli presentano anch’essi una pietra sulla tunica, e il simbolismo rinvia alle 12 pietre della nuova Gerusalemme (Ap 21, 19-20) come al pettorale di Aronne (Es 28, 17-21) articolato in 4 serie di 3 pietre, come i 4 gruppi apostolici. Ne abbiamo conferma nella pietruzza che reca Matteo, citazione della pietra bianca che Gesù promette alla Chiesa di Pergamo (Ap 2, 17), o della perla a cui si paragona il Regno di Dio (Mt 13, 45-46). La serie apostolica inizia con Simone il cananeo e termina con Bartolomeo di Cana. Segno giovanneo.

E a Simone segue Taddeo, entrambi predicatori in Armenia e Persia, indice di fedeltà alle tradizioni ecclesiali e allusione, con Matteo (Etiopia) e Tommaso (India), all’Eden. Leonardo sottolinea il ruolo del prediletto Giovanni (Gv 13, 23) e di suo fratello Giacomo, posti alla destra e alla sinistra del Signore, come richiesto dalla madre dei figli di Zebedeo (Mt 20, 20-21). Una «prima cena» che è già banchetto regale. Allusa in Giovanni vi è una donna, Maria, associata a Giovanni da Gesù crocifisso (Gv 19, 26-27). Ancora giovanneo Leonardo è nel Pietro che chiede all’evangelista chi sia il traditore (Gv 13, 24), mentre biblico si rivela il sale rovesciato da Giuda (Lv 2, 13).

Il volto di Giovanni manifesta la partecipazione mistica del discepolo al dolore di Cristo (Gv 13, 25), ma pure è mutuata dai modelli iconici e tipologici di Maria con Gesù bambino, ai piedi della croce, alla deposizione. Non a caso la contemporanea Pietà di Michelangelo ci mostra una Madonna simile nell’espressione. Nelle icone orientali più antiche Maria ha il mantello rosso apocalittico e la tunica celeste, come nel Giovanni dell’ultima cena, e spesso presenta i medesimi canoni melanconici del volto (la futura Madonna di Kazan o della tenerezza).

Ma pure ritroviamo la stessa postura in infinite opere d’arte fra le quali il « Cristo d’Ognissanti» di Giotto a Firenze o la Madonna in trono con bambino del Perugino. Una Madonna che già partecipa al dolore della Croce. Giacomo invece, nel suo dolore carnale, fisico, ricorda gli angeli della crocifissione e della deposizione del Giotto degli Scrovegni e della crocifissione di Simone Martini. Giovanni e Giacomo, cioè il sole e luna ai lati della Croce, altro topos diffusissimo. Lo stesso scambio mistico-cromatico fra le vesti di Giovanni e di Gesù c’è già nell’ultima cena di Pietro Lorenzetti nella Basilica di Assisi. Dopotutto Leonardo si forma in una Firenze in cui non erano cessati gli effetti del revival grecista-neobizantino derivante dal Concilio di Firenze e dal mecenatismo eclettico di Cosimo de Medici. Le vesti di Gesù, rosso-blu, indicano i giovannei segni del sangue e dell’acqua (Gv 19, 34) e il suo distacco dai due lati delle schiere degli apostoli rinvia a Mosè nel Mar Rosso come allo squarcio del velo del Tempio (Lc 23, 45).

Metafora presente nel Rinascimento nell’identificazione fra la ferita al costato di Cristo e il biblico Mar Rosso, come si vede nel mappamondo della Scuola di Atene di Raffaello. Il Cristo triste di Leonardo guarda verso sinistra, il lato della trafittura (Gv 19, 34).Nella condensazione narrativa di Leonardo ci sono molte altre anticipazioni, fra cui il coltello (makaira) di Pietro con cui taglierà l’orecchio a Malco (Gv 18, 10). Leonardo inverte il rapporto fra simbolo e persona umana. Opera cioè nell’arte l’inversione di valore indicata nei Vangeli fra il "Sabato" e l’"Uomo" (Mc 2, 27). Lo fa non seguendo un’ideologia rivoluzionaria o neopagana ma rinnovando creativamente gli elementi che vengono dalla Tradizione dell’arte sacra della Cristianità.

Addirittura nel Cenacolo, come nelle icone, c’è il lapislazzulo per il blu del mantello di Gesù! Spiritualmente è probabile che Leonardo abbia risentito, fra gli altri, anche degli influssi apocalittici del domenicano Girolamo Savonarola, ancora oggetto di ammirazione in molti ambienti culturali dell’epoca. Ma si può andare oltre pensando a un influsso della "mistica del Cuore" e della mimesi affettiva cristico-mariana del domenicano Enrico Suso. E siamo ancora agli inizi!

Fonte: Avvenire.it