martedì 29 dicembre 2009

Ai miei lettori

Non ti auguro un dono qualsiasi.

Ti auguro quello che molti non hanno.

Ti auguro il tempo per il tuo Amare, per il tuo Pensare

e per il tuo Fare.

Ti auguro il tempo per ascoltare, per ridere, per leggere, per conversare e ti auguro il tempo per poterlo donare.

Ti auguro il tempo non per affrettarti e correre,

ma per raggiungerti.

Ti auguro il tempo e non soltanto per trascorrerlo,

ma ti auguro il tempo perché te ne resti.

Ti auguro il tempo della pace per camminare dentro di te,

Ti auguro il tempo per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.

Ti auguro di trovare il tempo e di saperlo custodire.

Ti auguro di avere tempo, tutto il tempo necessario

per vivere con amore la meravigliosa avventura della Vita!

lunedì 28 dicembre 2009

Dai nostri fratelli ortodossi, la Grande Dossologia


Gloria a te che ci hai mostrato la luce!

Gloria a Dio nel più alto dei cieli, pace sulla terra, e per gli uomini benevolenza.

Noi ti celebriamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua grande gloria.

Signore, Re del cielo, Dio Padre onnipotente; Signore, Figlio unigenito, Gesù Cristo e Santo Spirito.

Signore Dio, agnello di Dio, Figlio del Padre, tu che togli il peccato del mondo abbi pietà di noi: tu che togli i peccati del mondo.

Accogli la nostra supplica, tu che siedi alla destra del Padre, e abbi pietà di noi.

Perché tu solo sei santo, tu solo Signore, Gesù Cristo, a gloria di Dio Padre. Amìn.

Ogni giorno ti benedirò, e loderò il tuo nome in eterno e nei secoli dei secoli.

Concedici, Signore, in questo giorno, di essere custoditi senza peccato.

Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri, degno di lode e glorificato è il tuo nome nei secoli. Amìn.

Sia la tua misericordia, Signore, su di noi, come in te abbiamo sperato.

Benedetto sei tu, Signore: insegnami i tuoi decreti. (3 volte).

Signore, ti sei fatto nostro rifugio di generazione in generazione. Io ho detto: Signore, abbi pietà di me, sana l'anima mia perché ho peccato contro di te.

Signore, in te mi sono rifugiato: insegnami a fare la tua volotà, perché tu sei il mio Dio.

Poiché presso di te è la sorgente della vita, nella tua luce vedremo la luce.

Dispiega la tua misericordia per quelli che ti conoscono.

Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi. (3 volte).

Gloria al Padre e al Figlio e al Santo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amìn.

venerdì 25 dicembre 2009


Andrea De Litio (Lecce nei Marsi, 1420 circa- Atri o Chieti, 1490 circa)
Natività (particolare), 1460- 1470, dalle Storie di Maria
Atri (TE), Cattedrale

giovedì 24 dicembre 2009


Pala Strozzi.

mercoledì 23 dicembre 2009

martedì 22 dicembre 2009


Delatour.

lunedì 21 dicembre 2009

Presepe

La pecorina di gesso,
sulla collina in cartone,
chiede umilmente permesso,
ai Magi in adorazione.
Splende come acquamarina
il lago, freddo e un po' tetro,
chiuso fra la borraccina,
verde illusione di 'vetro.
Lungi nel tempo, e vicino,
nel sogno (pianto e mistero)
c'è accanto a Gesù Bambino,
un bue giallo, un ciuco nero.

Guido Gozzano


Giotto, Natività.

sabato 19 dicembre 2009


Scrivere un'icona aspettando l'ora della messa, l'attesa del Natale può essere bellissima.

Jans, Natività.

giovedì 17 dicembre 2009

La bellezza degli antichi testi

“Tu, o vescovo, sii santo, senza difetto, non aggressivo, non collerico, non aspro, ma costruttivo, attraente, istruttivo, tollerante, dolce, mite, longanime, confortante, incoraggiante, come uomo di Dio.

E quando raduni la chiesa di Dio, come capitano di una grande nave, con tutta l’abilità ordina che siano ben fatte le assemblee, ingiungendo ai diaconi, quali marinai, di assegnare i posti ai fratelli, come passeggeri, con ogni cura e proprietà.

Innanzitutto l’edificio sia lungo, esteso verso Oriente, con le celle ai due lati nella parte orientale (si tratta dei pastofori, n. d. r.), così da somigliare ad una nave.

Al centro sia collocato il trono del vescovo e ai suoi due lati gli scanni del presbiterio, a fianco stiano in piedi i diaconi con indosso una semplice lunga veste, giacche essi sono come i marinai e i capi rematori della nave. Sotto la loro sorveglianza, in una delle due parti siedono i laici in tutta quiete e in buon ordine, separatamente siedano le donne mantenendo anche esse il silenzio.

In mezzo, ritto su un piedistallo elevato, il lettore legga dai libri di Mosé e di Giosué figlio di Nun, da quelli dei Giudici e dei Regni, da quelli dei Paralipomeni e da quelli del Postesilio, inoltre dagli scritti di Giobbe e da quelli di Salomone e da quelli dei sedici profeti.

Completate due letture, qualcun altro canti dai salmi di Davide e il popolo risponda ripetendo il ritornello.

Dopo questo si legga dai nostri Atti e dalle Lettere di Paolo nostro collaboratore, da lui inviate alle chiese secondo l’indicazione del Santo Spirito. Dopo queste letture, un diacono o un presbitero legga dai Vangeli, quelli, che io Matteo e Giovanni vi abbiamo trasmessi e quelli che i collaboratori di Paolo, Luca e Marco, hanno ricevuti e vi hanno lasciati.

E mentre si legge il Vangelo, tutti i presbiteri e i diaconi e l’intero popolo stiano in piedi in grande silenzio, giacché è scritto: - Fa silenzio e ascolta Israele! – e anche – tu sta in piedi e ascolta! – .

Di seguito, i presbiteri esortino il popolo, uno alla volta, ma non tutti; poi, da ultimo, il vescovo, come si conviene al capitano.

Gli ostiari stiano alle porte degli uomini, facendovi guardia; e le diaconesse a quelle delle donne, alla maniera delle assistenti di bordo: lo stesso modello infatti, era seguito nella tenda della testimonianza nel tempio di Dio.

Se si trova qualcuno seduto fuori luogo, sia richiamato dal diacono, come sottufficiale di bordo, e venga trasferito nel luogo a lui conveniente.

Del resto la chiesa non è solo assimilabile ad una nave, ma anche ad un ovile. E come i pastori sistemano i singoli animali, cioè capri e pecore, secondo la specie e l’età e ciascuno di loro si accoda al suo simile, così anche nella chiesa di Dio: i giovani siedano al loro posto, se ve n’è uno loro assegnato, se no, stiano in piedi; quelli più avanzati in età siedano al proprio posto ; i bambini stiano a parte e se ne prendano cura i padri e le madri; le ragazze anch’esse siedano al loro posto, se ve n’è uno loro assegnato, se no, stiano in piedi dietro le donne; le donne sposate e che hanno figli stiano in piedi al proprio posto; le vergini, le vedove e le anziane stiano rispettivamente in piedi o siedano davanti a tutte le altre.

Chi assegna i posti sia il diacono ed abbia cura che ciascuno di quelli che entrano vada al proprio posto e che nessuno si fermi all’entrata. Ugualmente il diacono sorvegli il popolo, perché nessuno bisbigli o sonnecchi o rida o faccia cenni: è necessario infatti che nella chiesa si stia consapevolmente, in stato di sobrietà e svegli, con l’udito teso alla parola del Signore.

Di seguito, immancabilmente tutti in piedi e rivolti ad Oriente – dopo l’uscita dei catecumeni e dei penitenti – preghino Dio che ascende verso la sommità del cielo ad Oriente, ricordando anche l’originaria posizione del paradiso ad Oriente, da dove il primo uomo, dopo aver violato il comandamento, a ciò indotto dal consiglio del serpente, fu espulso.

Dopo l a preghiera, tra i diaconi alcuni si occupino dell’oblazione dell’eucaristia, prestando servizio con timore al corpo del Signore; altri vigilino sulla folla e la mantengano in silenzio.

Poi il diacono, che assiste il sommo sacerdote, dica al popolo: - Che nessuno abbia qualcosa contro qualcuno, che nessuno sia presente con ipocrisia - .

E quindi si scambiano il bacio nel Signore, gli uomini tra loro e le donne tra loro, ma che nessuno lo faccia fraudolentemente, come Giuda che con un bacio tradì il Signore.

Dopo questo, il diacono preghi per tutta la chiesa, per tutto il mondo e le sue parti e i suoi prodotti, per i sacerdoti e i governanti, per il sommo sacerdote e l’imperatore e per la pace universale.

Indi, il sommo sacerdote, invocando la pace sul popolo, lo benedica, così come Mosè ordinò ai sacerdoti di benedire il popolo con queste parole: - Il Signore ti benedica e ti protegga: il Signore faccia sorgere il suo volto davanti a te e ti sia propizio, il Signore sollevi alto il suo volto sopra di te e ti conceda la pace - .

Il vescovo dunque invochi e dica: - Salva il tuo popolo, Signore, benedici la tua eredità, che ti sei riscattata e ti sei acquisita col prezioso sangue del tuo Cristo e a cui hai concesso il nome di regale sacerdozio e nazione santa - .

Dopo queste cose, si compia il sacrificio, stando tutto il popolo in piedi e pregando in silenzio. Completata l’oblazione, partecipi ciascuna classe, una alla volta, del corpo del Signore e del prezioso sangue, accostandosi classe per classe con riverenza e timore come al corpo del re. Le donne si accostino col capo velato, come si addice alla classe delle donne. E le porte siano custodite, perché non entri un non fedele o un non iniziato” [1].



- [1] Costituzioni dei Santi Apostoli per mano di Clemente, Lib. II, par. 57, ed. Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2001, pp. 68-71.


Murillo, L'Adorazione dei pastori.

mercoledì 16 dicembre 2009

martedì 15 dicembre 2009


Caravaggio, Adorazione dei pastori.

lunedì 14 dicembre 2009

IL PRESEPIO Dl GRECCIO

466 84. La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma

era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta

la vigilanza, con tutto l'impegno, con tutto lo slancio dell'anima e del cuore la dottrina e gli

esempi del Signore nostro Gesù Cristo.

467 Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue

opere. Ma soprattutto l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse

così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro.

468 A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che

il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del

Signore.

C'era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche

migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato

nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due

settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo

chiamò a sé e gli disse: «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e

prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche

modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose

necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il

bue e l'asinello». Appena l'ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad

approntare nel luogo designato tutto l'occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.

469 85. E giunge il giorno della letizia, il tempo dell'esultanza! Per l'occasione sono qui

convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della

regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella

notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi.

Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è

raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e

l'asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la

povertà, si raccomanda l'umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.

Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente

accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva

risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al

Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.

Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di

gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l'Eucaristia sul presepio e lui

stesso assapora una consolazione mai gustata prima.

470 86. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con

voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in

desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e

la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di

amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo

pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un

suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù»,

passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle

parole.

Vi si manifestano con abbondanza i doni dell'Onnipotente, e uno dei presenti, uomo

virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella

mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la

visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù

veniva risuscitato nei cuori di molti, che l'avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva

impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno

tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.

471 87. Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato, perché per mezzo

di esso il Signore guarisse nella sua misericordia giumenti e altri animali. E davvero è

avvenuto che in quella regione, giumenti e altri animali, colpiti da diverse malattie,

mangiando di quel fieno furono da esse liberati. Anzi, anche alcune donne che, durante un

parto faticoso e doloroso, si posero addosso un poco di quel fieno, hanno felicemente

partorito. Alla stessa maniera numerosi uomini e donne hanno ritrovato la salute.

Oggi quel luogo è stato consacrato al Signore, e sopra il presepio è stato costruito un

altare e dedicata una chiesa ad onore di san Francesco, affinché là dove un tempo gli

animali hanno mangiato il fieno, ora gli uomini possano mangiare, come nutrimento

dell'anima e santificazione del corpo, la carne dell'Agnello immacolato e incontaminato,

Gesù Cristo nostro Signore, che con amore infinito ha donato se stesso per noi. Egli con il

Padre e lo Spirito Santo vive e regna eternamente glorificato nei secoli dei secoli. Amen.


Natività, Piero della Francesca.

sabato 12 dicembre 2009


Icona delle Natività, scuola di Rublev

venerdì 11 dicembre 2009


Sarcofago di Stilicone, IV° secolo, Sant'Ambrogio, Milano.
Secondo alcuni studiosi è la più antica rappresentazione della Natività.

giovedì 10 dicembre 2009


Annunciazione, 1495-1500, Toledo.
Sono ormai trenta gli anni passati a lavorare di notte; la notte continua ad affascinarmi, leggo, studio, progetto icone da scrivere, prego, disegno. Sono ore preziose, nella solitudine, nel silenzio, nella meditazione; prima di innamorarmi di Gesù non era così, questa cosa che ho scritto anni fa credo che descriva bene i miei sentimenti di allora.

La notte delle volpi

E' la notte delle volpi
quando il vento soffia
basso e rado tra le vigne
e muove le erbe alte delle prode.
Occhi gialli brillano
padroni dei rovi dietro strada,
basse stelle all'orizzonte
selvagge e aliene
si spengono in un fruscio di palero*.
La notte è teatro, sa di sangue,
si svegliano gli incubi e i rospi,
la notte è delle volpi
e dei cani neri.

*sterpaglia

martedì 8 dicembre 2009

SPIRITO, FA'

Spirito, fa' che ogni giorno componga
una lode al mio Dio: voce che raccolga
il gemito delle cose.

Voce per il silenzio...

Voce per chi non ha voce:
per il povero e il disperato,
per chi è solo,
per chi è nato ora
in ogni punto del globo...

Dio della vita,
sei tu che nasci,
che continui a nascere
in ogni vita.

Voce per chi muore ora:

perchè non muore,
non muore nessuno:
niente e nessuno muore
perchè tu sei.

Tu sei
e tutto vive,
è il Tutto in te che vive:

anche la morte!

David Maria Turoldo


Immacolata Concezione


Giuliano Panciatichi, 1523

domenica 6 dicembre 2009

sabato 5 dicembre 2009

Quanta bellezza


La Basilica di Sant'Elia a Castel Sant'Elia, Nepi.

Altare, Ciborio e Abside.

Scrivere un'iconostasi, un sogno, realizzare un'opera così deve essere fantastico. Sto studiando il modo per scrivere icone grandi nel mio piccolo , ma bellissimo, studio, una sorta di cavalletto da appendere alla libreria. Se a chi legge viene in mente qualcosa me lo faccia sapere, io continuo a sognare

venerdì 27 novembre 2009

Dobbiamo dunque, a questo punto, superare l'opposizione che esegeti e storici pongono, tra la rivelazione biblica che " si fa attraverso la voce e l'orecchio" e il " paganesimo congeniale del mondo greco" che cerca di " raggiungere Dio partendo da immagini 'visibili'": opposizione che sarebbe, si dice, quella degli " uomini religiosi che ascoltano e sono alla presenza di Dio" e quella degli " esteti che vogliono vedere". Infatti " può esistere una certa idolatria del termine e della parola che non è meno pericolosa di quella della forma" e se la rivelazione biblica è veramente una rivelazione della parola, essa " non è unicamente questo". Le teofanie dell'Antico Testamento ci suggeriscono che " al di sopra della parola stessa c'è la visione", e " tutta la Bibbia è realmente animata da questo desiderio e questa nostalgia di vedere Dio". Ora, attraverso l'umanità di Gesù, Dio fa apparire la sua gloria. Se Dio ci fosse naturalmente visibile, non sarebbe più Dio e non avrebbe più per noi alcun interesse... Il Dio del Nuovo Testamento non è meno invisibile di quello dell'Antico Testamento. E il segno nuovo è dato dal modo in cui Gesù risorto scompare. Si presenta: appare ai suoi per mostrare loro che è vivo e che è realmente il medesimo. Ma scompare subito perchè ha ormai, nella gloria, raggiunto il Padre, il Dio invisibile. E' un'immagine umana di Dio ch'egli ci lascia: " l'umanità di Dio".

H. de Lubac, La Révélation divine, Paris 1985, p. 27.

giovedì 26 novembre 2009

Privilegio della Povertà

Gregorio Vescovo, servo dei servi di Dio, alle dilette figlie in Cristo Chiara e alle altre

ancelle di Cristo, viventi in comune presso la chiesa di San Damiano, nella diocesi di Assisi, salute e

apostolica benedizione.

E' noto che, volendo voi dedicarvi unicamente al Signore, avete rinunciato alla brama

di beni terreni. Perciò, venduto tutto e distribuitolo ai poveri, vi proponete di non avere

possessioni di sorta, seguendo in tutto le orme di colui che per noi si è fatto povero, e via e verità

e vita.

Né, in questo proposito, vi spaventa la privazione di tante cose: perché la sinistra dello

sposo celeste è sotto il vostro capo, per sorreggere la debolezza del vostro corpo, che con carità

bene ordinata avete assoggettato alla legge dello spirito.

E infine, colui che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, non vi farà

mancare né il vitto né il vestito, finché nella vita eterna passerà davanti a voi e vi somministrerà

se stesso, quando cioè la sua destra vi abbraccerà con gioia più grande, nella pienezza della sua

visione.

Secondo la vostra supplica, quindi, confermiamo col beneplacito apostolico, il vostro

proposito di altissima povertà, concedendovi con l'autorità della presente lettera che nessuno vi

possa costringere a ricevere possessioni.

Pertanto a nessuno, assolutamente, sia lecito invalidare questa scrittura della nostra

concessione od opporvisi temerariamente.

Se qualcuno poi presumesse di attentarlo, sappia che incorrerà nell'ira di Dio

onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Perugia il 17 settembre, I'anno secondo del nostro Pontificato.

( FF 3279)

mercoledì 25 novembre 2009

San Leonardo da Porto Maurizio


Nel 1968, nella casa di mio nonno, ho trovato " La via del paradiso" di san Leonardo, un libro appartenuto a suor Giuseppina Bartali, una cugina di mia nonna. Lo leggevo di nascosto come se fosse un libro proibito, era della fine dell'ottocento ed avevo paura che me lo togliessero; con i Fioretti di san Francesco ha accompagnato la mia infanzia.

lunedì 23 novembre 2009


Ancora umida, fotografata in fretta, e si vede.
Finire quest'icona è stato importante, per giorni la mano non aveva avuto il coraggio di tenere il pennello. A volte il mondo ti entra dentro e ti blocca, sembra di essere del tutto impotenti, che l'unica cosa che possiamo fare è di attendere, non si sa cosa.
Mi sono forzato, già mentre scioglievo i primi colori ho capito, ed ho sorriso; se l'icona è contemplazione non c'è niente di più stupido che evitarla quando stiamo male.
Sul tavolo c'è già un'altra tavola, sarà una Madonna della Tenerezza.
Che il Signore mi dia pace.
Dopo giorni difficili ho ripreso in mano i pennelli, la lettura dei santi padri mi da la forza per immergermi nella scrittura, dimenticando quello che c'è fuori da questa mia " celletta".
" Non avete visto i suoi tratti" ( Dt 4,12). Oh! quale sapienza del legislatore! Come fare un immagine dell'invisibile? Chi potrebbe rappresentare i suoi tratti, se non vi è nessuno simile a lui? Come rappresentare chi non ha né quantità , né grandezza, né limiti?
Quale forma attribuire a colui che è senza forma? Che ne è qui del mistero?
Questo, senza dubbio: se tu vedi che l'Incorporeo si è fatto uomo per te, allora puoi esprimere la sua immagine umana.
Poichè l'Invisibile, incarnandosi, si è mostrato visibile, è ovvio che puoi dipingere l'immagine di colui che è stato visto.
Se chi non ha corpo, né forma, né quantità, né qualità e che trascende ogni grandezza grazie all'eccellenza della sua natura; se costui - dico- pur essendo di natura divina ha fatto sua la condizione dello schiavo, riducendosi alla quantità e alla qualità e rivestendosi delle umane fattezze, dipingi allora sul legno la sua immagine e presenta alla contemplazione colui che volle divenire visibile.

Giovanni Damasceno
Adversus eos qui sacras imagines abiciunt.
( PG 94, 1239)

martedì 17 novembre 2009

Santa Elisabetta d'Ungheria




Patrona dell'Ordine Francescano Secolare

venerdì 13 novembre 2009

Di null'altro mai ci glorieremo
se non della croce di Gesù Cristo, nostro Signore:
egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione;
per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati.

(Messale Romano, Giovedì Santo, antifona di ingresso della Messa Vespertina nella Cena del Signore)

Da una predica di S.Bernardino da Siena

"Vedendo Idio che non era possibile che niuno gli rendesse le debite grazia che elli meritava, disse: - elli bisogna pure che mi sia renduta tanta loda quanta si confà a me, nel benefizio ch'io l'ho fatto. Che modo ci è? Bisogna che chi m'ha a rendare grazia, non mi sia obbligato né di creazione, né di grazia, né di gloria. Non ci è via né modo niuno se non solo questo: che bisogna che chi mi vuol ristorare partecipi l'umanità e la divinità; e allora questo tale potrà rendarmi l'onore mio a sufficienza, però che l'uomo solo non è sufficiente. Adunque io manderò il mio figliuolo, el quale è unito con meco, e farollo incarnare, e così incarnato potrà rendermi il mio debito, e voglio ch'elli sia capo di tutte le cose criate... - E come ogni cosa è sottoposta a questo Cristo, così lui fu sottoposto a Dio in quanto a la umanità, e amò, e onorò, e ubidì Idio suo padre, in ogni modo, in ogni atto, in ogni tempo, come doveva....Fu tanto il merito suo che si distese a quelli che erano passati, e quelli che erano presenti, e quelli che dovevano venire, sì a amgioli, sì a uomini...."
Siena, 1472

giovedì 5 novembre 2009


" Il nome di Gesù è la parola delle parole di Dio."
S.Bernardino da Siena

martedì 3 novembre 2009


L'icona scritta dalla monaca Giuliana Sokolova.

lunedì 2 novembre 2009

Venerabile Andrea Rublëv

Povere sono le conoscenze relative la sua

esistenza e le sue attività. Esse si rintracciano

nei racconti e nelle storie delle vite dei santi

Sergio e Nicon di Radonež e nelle opere di

san Giuseppe Volockij. Sant’Andrea, il più

eminente dei santi iconografi, venne al mondo

verso il 1360. Si ipotizza che egli abbia

trascorso qualche tempo a Bisanzio in età

giovanile. Sin da giovane età aspirò a farsi

monaco e per questa ragione si recò nella

Laura della Trinità, stabilita a circa 70

chilometri da Mosca. Qui, sotto la guida

spirituale di san Nicon, discepolo di san

Sergio, lo mandò al monastero di Serpuchov,

dal proprio discepolo Atanasio, dove Andrea

fece la professione religiosa. Divenuto

maggiorenne, ricevette l’ordinazione

presbiterale e fece rientro nella Laura di

Radonež, quasi certamente dopo che

l’igumeno Atanasio ebbe lasciato il monastero

per andare a Costantinopoli. Nella Laura

Andrea imparò l’arte iconografica e operò nel

laboratorio del luogo. Effettuava ripetuti

viaggi a Mosca, particolarmente nel

monastero di Spaso-Andronikov. In questo

luogo ebbe come guida e ispiratore dell’arte

iconografica Daniele il Nero, fratello in Cristo

dal quale non si allontanò mai. A Mosca

Andrea ebbe opportunità di prendere

conoscenza dei lavori di Teofane il Greco,

che a quell’epoca era l’iconografo maggiore

della scuola moscovita. È risaputo che questi

aveva dipinto insieme con Simeone il Nero,

nel 1395 a Mosca, la chiesa della Natività

della Madre di Dio «al coperto» (na senjach),

e quattro anni dopo la cattedrale

dell’arcangelo Gabriele al Cremlino. È

possibile che Andrea abbia preso parte alla

elaborazione di queste opere, come anche al

restauro dell’icona prodigiosa della Madre di

Dio di Vladimir, trasferita nella capitale nel

1395. Nel 1399 il secondo figlio di Demetrio

Donskoj, Georgij Dimitrievič, residente a

Zvenigorod, vinse per disposizione del gran

principe, i bulgari di Kama. A memoria di

questa vincita fece innalzare una cattedrale

nella cittadella e un monastero non lontano

dal centro della città. Per l’ornamento della

cattedrale il principe chiamò i più bravi

maestri dell’epoca, tra i quali anche Andrea.

Di questa opera si sono salvate due icone,

quella del Salvatore e quella dell’arcangelo

Michele.

Nel 1405, nel culmine del suo lavoro

artistico, Andrea fu incaricato, con Teofane il

Greco e il monaco Procoro di Gorodec, a

dipingere le pareti e l’iconostasi della

cattedrale dell’Annunciazione nel Cremlino di

Mosca. La chiesa era ritenuta come la

cappella privata del principe Basilio

Dimitrievič. Di Andrea fanno parte le icone

delle feste del Signore, quali la Natività, la

Presentazione al Tempio, il Battesimo, la

Trasfigurazione, l’ingresso di Gesù a

Gerusalemme, per di più sono sue le icone del

megalomartire Demetrio e dell’arcangelo

Michele, che fanno parte della Deesis. Sono

chiari in queste opere di Andrea le qualità

specifiche del grande iconografo: l’equilibrio

della struttura, la semplicità e delicatezza dei

colori e dei visi e un penetrante fervore

spirituale. Il ricco significato teologico delle

figure dipinte entra nel cuore di chi

contempla.

Nel 1408 Andrea, con Daniele il Nero,

dipinse ad affresco la cattedrale della

Dormizione della Madre di Dio a Vladimir

per disposizione del principe Basilio

Dimitrievič. Taluni affreschi si sono

mantenuti fino ad oggi: tra loro si segnala

l’illustrazione del Giudizio universale con le

figure di Cristo giudice, dei dodici apostoli

seduti sui troni, dietro ai quali ci sono gli

angeli in piedi e i profeti Isaia e Davide con

gli angeli che suonano le trombe. Da poco è

stato scoperto anche l’affresco della

Trasfigurazione del Signore. Dell’iconostasi

della cattedrale sono rimaste cinque icone

dell’altezza di 3 metri ciascuna, appartenenti

alle feste del Signore e alcune icone dei

profeti. Esse sono custodite nella Galleria

Tretjakov di Mosca e nel Museo russo di

Stato di San Pietroburgo. Alla mano di

Andrea sono assegnate alcune icone

dell’imponente iconostasi della cattedrale di

Vladimir, le icone degli apostoli Pietro e

Paolo e di san Giovanni il Teologo. Più tardi

Andrea pitturò il ciclo della Deesis di

“Vite di santi iconografi” - di Antonio Calisi pag. 9

Zvenigorod per la cattedrale della Natività

della Madre di Dio nel monastero Savino-

Storoževskij, presso Mosca. Verso il 1420,

con Daniele il Nero, prese dall’igumeno della

Laura della Trinità di San Sergio, Nicon,

l’incarico di ornare con affreschi la cattedrale

della Santa Trinità dello stesso monastero

dover giacciono le spoglie del fondatore.

Andrea si occupò dell’iconostasi e alla sua

mano si crede siano dovute le icone

dell’arcangelo Gabriele e dell’apostolo Paolo.

L’importante icona della Trinità fu realizzata

«a lode del beato Sergio il taumaturgo» e

doveva essere situata ai piedi del suo

sepolcro. Quest’icona ora si trova nella

Galleria statale Tretjakovskaja di Mosca; il

concilio russo detto dei «Cento Capitoli»

(Stoglav), stabilì che bisognava conformarsi

al modello di Rublëv nel far conoscere il

mistero della Trinità1. L’ultimo impegno di

Andrea fu l’ornamento della chiesa di Sapso-

Andronikov di Mosca, dove egli stesso fu

seppellito con Daniele il Nero. È probabile

che Andrea abbia operato anche nell’ambito

della miniatura di libri, forse nell’officina del

monastero di Spaso-Andronikov. Tutte le

icone dipinte da sant’Andrea sono cariche di

grazia e indubbiamente soprannaturali, perché

annunciava agli uomini la veridicità di Dio

lodato nella Santa Trinità, alimentando la

pace spirituale nell’anima di quelli che con

fiducia e venerazione guardavano e

contemplavano i suoi capolavori spirituali.

Andrea e Daniele hanno costantemente

operato insieme legati da un forte amore

fraterno in Cristo. Dalle loro icone trapela la

peculiare penetrazione ed illuminazione della

luce divina increata. Andrea e Daniele

agirono in un ambito monastico di profonda

spiritualità, seguendo diligentemente le

indicazioni della Chiesa e applicandosi con

sollecitudine allo studio delle vite e delle

opere dei santi. Essi incarnarono

completamente la missione dell’iconografo,

povero, buono, timorato di Dio, innamorato

del silenzio e della preghiera, custode della

purezza spirituale e corporale, parco e

rispettoso dei digiuni.

I due monaci iconografi diedero

testimonianza di tanto fervore, attraverso il

digiuno e la preghiera, a tal punto da essere

riempiti della grazia divina. Posseduti

completamente dall’amore divino, essi

orientavano il loro spirito e i loro pensieri

verso la luce divina che ardeva in fondo al

loro cuore, che riuscivano a tradurre in colori,

sui muri e sulle tavole, i riflessi di questa

contemplazione interiore. Quando non erano

occupati a dipingere, la domenica, essi

restavano davanti alle venerabili icone

eseguite dai loro santi predecessori, inondati

di gioia e di luce divina. Anche quando

Andrea diventò più bravo di Daniele nell’arte

iconografica, ciò non gli impedì di cedere il

posto al sua antico maestro, giacché entrambi

erano monaci e di vita intensamente

irreprensibile; non cercavano la gloria umana

ed erano estranei dalla rivalità, amavano

l’obbedienza e agivano con modestia,

reputandosi reciprocamente dipendenti l’uno

all’altro. Andrea si addormentò in pace verso

il 1430.

È stato santificato dal Patriarcato di Mosca

nel 1988, in occasione del Millennio del

Battesimo della Rus’, ma era già onorato

come santo alla Laura di San Sergio, con

Daniele il Nero dal XVI secolo. La sua

memoria è celebrata il 4 luglio. La prima

icona ufficiale del santo fu dipinta dalla

monaca Giuliana Sokolova in occasione della

canonizzazione di Andrea. Il monaco

iconografo compare nelle icone con i santi di

Mosca, solamente come un santo monaco

senza icone fra le mani. Presente pure nella

miniaturistica dei manoscritti, è raffigurato

dall’artista quando raffigura l’icona del

Salvatore, come nel codice della Vita del

santo monaco Sergio di Radonež del XVII

secolo. Qui è effigiato con il nimbo segno che

certifica già la dichiarazione della sua santità.

Nelle immagini contemporanee è spesso

dipinto in atto di rappresentare l’icona della

Trinità. Nell’iconografia attuale si trovano

anche riproduzioni del santo con il copricapo

monastico. La raffigurazione più comune è in

ogni modo l’icona dipinta dalla monaca

Giuliana in cui Andrea ha tra le mani l’icona

della Trinità.

“Vite di santi iconografi” - di Antonio Calisi